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Intervista a Francesco Pavani
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Francesco Pavani è un “Vocational counselor”e si occupa di orientamento aiutando le persone a fare le scelte più giuste.Crede fermamente che nel lavoro (come nella vita), si faccia bene ciò che ci piace davvero, e ti piaccia davvero ciò che ci somiglia.

Avremo il piacere di averlo tra i relatori di “Iceberg. Cosa parliamo quando parliamo di talento”; ecco una piccola anticipazione di ciò di cui discuteremo con lui il 28 giugno a partire dalle 18:00 in Accademia dei Concordi a Rovigo.

 

Buongiorno Francesco, grazie per aver accettato il nostro invito. Ecco qualche domanda per presentarti ai nostri lettori.

 

Cos’è per te il talento?

Il talento è, come si dice in senso comune, una naturale inclinazione a fare qualcosa, è un dono innato che ognuno di noi ha. L’aspetto semantico della parola include anche la parola “desiderio”, nel senso che il talento ha a che fare con noi con quello che siamo in profondità e quindi anche il nostro desiderio di dare una forma alla nostra vita, e a ciò che c’è intorno a noi.

Come tutti i doni, non si realizzano da soli (la parabola di Mt 25 da cui deriva τάλαντον è abbastanza comprensibile), ma vanno curati e fatti crescere: per migliorarli e renderli davvero un punto di forza della persona.

 

 

Riconoscere e valorizzare il proprio talento non è sempre facile: che consigli daresti ai tanti giovani che non sanno di averne uno?
L’adolescenza, che ormai si protrae ben oltre i 20 anni, è il tempo che, almeno in questa parte di mondo, è preposto alla scoperta delle proprie inclinazioni, competenze, capacità e possibilità.
Dico ai ragazzi: fate esperienze, permettetevi di cambiare idea, e di fare sbagli: tanto di errori se ne fanno sempre e sono quasi sempre salutari.
Secondo me, solo così è possibile evolvere una immagine realistica di sé, e di capire quali sono i talenti che ognuno di noi porta in sé. Una volta identificato il talento, va perseguito e “coltivato- dal latino colere, perché diventi colto” perché possa evolvere e crescere.

 

 

Qual è il giusto modo di porsi, per chi è chiamato a lavorare con chi sta cercando la propria strada, nei confronti del talento?
Alle famiglie o a chi ha un ruolo educativo o formativo, proporrei di non proteggere troppo i nuovi “talenti”. Va loro permesso di sperimentare, di fare passi in avanti, di “sbattere il naso” anche su cose ovvie, perché siano veramente responsabili loro vita. I figli, i giovani in formazione non vanno protetti, ma sostenuti e supportati fino a che non sono capaci di camminare speditamente da soli.
In questo senso, la casa degli adolescenti, deve essere un albergo dove tornano per confrontarsi con figure adulte.

 

Ti aspettiamo giovedì 28 giugno per approfondire, insieme, questo e tanti altri aspetti riguardanti il talento.

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